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venerdì 7 gennaio 2011

Piersanti Mattarella


6 gennaio 1980

mattarellaPiersanti Mattarella era presidente della Regione Siciliana, tanto per capirci occupava la carica istituzionale che negli ultimi anni ha visto personaggi del “calibro” di Totò Cuffaro e, in questi anni, di Raffaele Lombardo.

Piersanti Mattarella era esponente della DC, allora il maggior partito italiano, quello che conquistava il favore della maggioranza del popolo italiano, quel popolo che sembrava avere intuito che la nostra democrazia, spacciata come un dono dei “liberatori” angloamericani, era bloccata, bloccata proprio per volontà di quegli stessi liberatori, che, come avremmo saputo in seguito, avevano costituito in Italia un’organizzazione stay behind chiamata gladio, che avrebbe dovuto impedire, con una risposta armata, un’eventuale vittoria del partito avversario, in quel caso le sinistre. E a Portella della Ginestra, proprio in Sicilia, gladio diede prova delle proprie capacità di cane da guardia della “democrazia” massacrando famiglie di contadini (11 morti e 71 feriti) che erano andate in quei luoghi a festeggiare il primo maggio del 1947, una decina di giorni dopo la vittoria del blocco delle sinistre, che avevano ottenuto la maggioranza relativa alle elezioni siciliane.

6 gennaio 1980

Piersanti Mattarella era figlio di un potente notabile del partito di maggior consenso in Italia, il partito che raccoglieva nelle proprie file tanti progetti eterogenei, quello di Giuseppe Dossetti, quello di Giorgio La Pira, quello di Alcide De Gasperi, ma anche quello di tanti camaleonti, che è il vero nome dei gattopardi di casa nostra, gente che s’era trovata a proprio agio tra le file del fascismo e che si riciclava con abilità, ma anche gente che conosceva bene la dura legge della oppressione che nella nostra terra si incarna da sempre nella mafia.

Il padre di Piersanti, Bernardo, era dunque un potente notabile, eletto nell’Assemblea Costituente, più volte ministro della Repubblica, ma più volte sfiorato dal sospetto d’essere stato contiguo con ambienti mafiosi.

6 gennaio 1980

Il giovane Piersanti cresceva mangiando pane e politica, ma la sua visione politica, inserita nel progetto della DC, si alimentava dell’ istruzione religiosa che acquisì nel suo soggiorno di studio a Roma, e si accrebbe grazie all’attività dell’Azione Cattolica, ed ebbe come ispiratori uomini come Giorgio La Pira ed Aldo Moro. Insomma il giovane Mattarella apparteneva alla DC, ma ad una DC diversa rispetto a quella che aveva visto il padre proptagonista (la Balena Bianca, come sarà poi chiamata la Dc, l’ho già detto, aveva molte anime ed alcune in profondo contrasto, come si può constatare ai nostri giorni dagli esiti del disciolto partito che ha visto la diaspora, la frantumazione in vari rivoli spesso divergenti).

Prima consigliere comunale a Palermo, poi assistente ordinario presso l’Università di quella città, fu eletto, nel 1967, ancora era vivo il padre, all’Assemblea regionale siciliana, e rieletto per altre tre legislature. Nel 1971 divenne assessore regionale alla Presidenza e nel 1978, il padre, frattanto, era morto, divenne presidente della Regione siciliana, a capo di una giunta di centro sinistra, con il sostegno esterno del PCI, come in quegli anni avveniva a Roma ad opera di Moro. A Roma lo rapirono Aldo Moro e poi l’uccisero, proprio in quell’anno. Nel 1979 Piersanti Mattarella formò un secondo governo e si schierò senza se e senza ma, come usa dirsi ai nostri giorni, contro la mafia. Nella prima settimana del febbraio del 1979, sostenne apertamente e con forza la necessità di correttezza e legalità nella gestione dei contributi agricoli regionali, a fronte di una aperta accusa portata dall’onorevole Pio La Torre nei confronti dell’assessorato dell’agricoltura tacciato di corruzione ed illegalità e di collusione con la delinquenza.

Apriti cielo! La DC intervenne con il peso del suo deus ex machina, Giulio Andreotti, che cercò di riportare la pecorella smarrita all’ovile. Ma Piersanti non capiva il linguaggio felpato della volpe della prima repubblica. Eppure Andreotti aveva avuto modo di conoscere in prima persona l’insofferenza della mafia per il comportamento di Matterella. E che Andreotti fosse consapevole dell’insofferenza della mafia è fatto ormai assodato: viene riportato nella sentenza del giudizio di Appello del lungo processo allo stesso divo Giulio, confermata dalla Cassazione nel 2004. Ma l’insofferenza di cosa nostra era anche cosa sua!

6 gennaio 1980

Quella mattina Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, uscì di casa con la moglie per andare a messa. Salì sulla sua 132.

Un assassino si avvicinò alla macchina e sparò.

9 maggio 1978 ammazzarono Aldo Moro, che aveva ideato e fatto nascere un governo democristiano che, per la prima volta nella storia d’Italia, poteva contare sull’appoggio esterno del PCI.

6 gennaio 1980 ammazzarono Mattarella che aveva creato un governo siciliano di centro sinistra con il sostegno esterno del PCI.

La storia d’Italia slittò verso un terreno infido.

La storia della Sicilia ritornò sui suoi passi.


giovedì 22 luglio 2010

Boris Giuliano


A Palermo quel giorno faceva caldo, un caldo misto a quell’aria pesante, a quello scirocco, che non è solo un vento umido ed afoso, ma è, soprattutto, uno stato d’animo, appiccicoso ed asfissiante. Faceva caldo quel 21 luglio, un caldo appiccicoso che ti trapanava il cuore. Era l’estate del 1979 e nel nostro povero paese succedevano cose strane. L’anno prima era avvenuto il rapimento con l’uccisione degli uomini della scorta di Aldo Moro, che poi si concluse in quel terribile modo che tutti sappiamo. E solo dieci giorni prima di quella calda giornata, l’11 luglio, era accaduto un fatto terribile che metteva in comunicazione il nord con il sud del nostro paese, uniti nella criminalità: Giorgio Ambrosoli, curatore fallimentare della Banca Privata Italiana, controllata da Michele Sindona, era stato assassinato su mandato dello stesso banchiere - affarista - mafioso.

Era il 21 luglio quel giorno caldo ed appiccicoso.

Ebbene a Palermo c’era uno “sceriffo con i baffi”, uno che voleva portar un po’ di chiarezza, voleva rendere l’aria meno mefitica, meno nebbiosa. Lo sceriffo, che era stato nominato capo della polizia in sostituzione di Bruno Contrada, seguiva delle piste interessanti: aveva capito che la mafia stava cambiando pelle, aveva nuovi interessi, nuove strade per “fari picciuli”: ora la strada era quella della droga, e “lo sceriffo con i baffi” l’aveva capito. E solo qualche giorno prima della sua morte aveva incontrato Giorgio Ambrosoli, visto che nel seguire la sua pista della droga aveva avuto modo di imbattersi in un libretto al portatore, con un centinaio di milioni di lire di allora, appartenente a Michele Sindona, il quale sotto falsa identità si trovava in quel periodo in Sicilia, avendo inscenato un falso rapimento. E poi c’era il “fatto della Ficuzza”, eh sì, quel barbaro assassinio avvenuto a Ficuzza, una frazione del comune di Corleone, in cui erano stati uccisi il tenente colonnello dei Carabinieri, Giuseppe Russo, ed il suo amico, il professore Filippo Costa, e in quei giorni di luglio del 1979 il processo stava per concludersi. E c’era un personaggio criminale sullo sfondo, su cui lo sceriffo stava indagando, e di cui aveva compreso la pericolosità criminale, Leoluca Bagarella.

E lo sceriffo con i baffi aveva detto che il 28 luglio avrebbe dato una notizia clamorosa…

Il 28 luglio….

… ma il 21 Leoluca Bagarella uccise a tradimento “lo sceriffo”, Boris Giuliano, mentre era da solo, in un bar di Palermo a prendere un caffè.


venerdì 15 gennaio 2010

Soprattutto nelle scuole...

“È importante parlare di mafia, soprattutto nelle scuole, per combattere contro la mentalità mafiosa, che poi è qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi”.
don Pino Puglisi

martedì 24 novembre 2009

Una ricetta

Anche quest’anno il mio istituto si dà da fare nella direzione di una didattica incentrata sui valori della legalità. Abbiamo aderito, tra l’altro, al progetto proposto dal centro studi “Pio La Torre” di Palermo che ci propone una serie di videoconferenze sul tema. Interessanti gli argomenti, coinvolgenti i relatori. Aderiscono al progetto e sono collegate in videoconferenza 50 scuole siciliane insieme a 30 scuole del resto del territorio italiano.

Oggi secondo appuntamento, il tema è stato:

“L’opposizione storica, sociale e politica alla mafia e la ribellione dell’imprenditoria”.

Relatore il professor Centorrino dell’Università degli studi di Messina. Sono intervenuti altre personalità della società civile e tra essi Vincenzo Conticello dell’Antica Focacceria S. Francesco di Palermo

Vincenzo Conticello

E ci ha raccontato la sua storia…

Poi ci ha dato una ricetta per sconfiggere la mafia, e lui di ricette se ne intende…

una buona dose di politica sana

una burocrazia snella che funzioni

la consapevolezza che non si devono scambiare i diritti con i favori

una chiesa presente e capace di assumersi il compito per cui Cristo l’ha voluta

una magistratura libera di agire, senza pastoie che la constringano a combattere “a mani nude” la criminalità organizzata

una polizia che sia messa nelle condizioni di agire

e su tutto ed insieme a tutto i cittadini, ciascun cittadino che facciano il proprio dovere, ciascuno nel suo campo, assumendosi la responsabilità diretta delle proprie azioni, formando una comunità antimafiosa.