martedì 4 maggio 2010

Giornalisti

Ieri è stata una giornata importante per l'informazione (e noi in Italia abbiamo bisogno di giornalisti con la schiena dritta). Ieri, in Lombardia, si è voluto ricordare le troppe vittime tra i giornalisti, vittime del terrorismo, vittime della guerra, vittime della mafia, vittime per aver cercato di fare con dignità professionale il proprio lavoro.

Un ricordo per Giancarlo Siani, un ricordo per Walter Tobagi, un ricordo per Ilaria Alpi, un ricordo per Enzo Baldoni, un ricordo per tanti, troppi eroi, non sempre riconosciuti come tali.

Ma un particolare ricodo agli 8 (otto, capite?) giornalisti uccisi dalla mafia:

Cosimo Cristina, ucciso a 24 anni, nel 1960, fu simulato un improbabile suicidio e la chiesa rifiut; di celebrarne i funerali religiosi,

Mauro De Mauro, rapito, ucciso nel 1970 e mai più fatto ritrovare,

Giovanni Spampinato, ucciso nel 1972 a 25 anni,

Giuseppe, Peppino Impastato, fatto saltare in aria con una carica di tritolo per simulare l'attentato terroristico nel 1978, a 30 anni,lo stesso giorno in cui fu ritrovato il cadavere di Aldo Moro assassinato dalle "brigate rosse",

Mario Francese, ucciso nel 1979 a 54 anni,

Giuseppe, Pippo Fava, ucciso nel 1984, a 59 anni,

Mauro Rostagno, ucciso nel 1988 a Trapani, lui che siciliano non era, ma che, come Danilo Dolci era venuto in Sicilia per riscattare i tanti, troppi, che della Sicilia sono vittime,

e Giuseppe, Beppe Alfano, assassinato nel 1993 a 58 anni.

No, non permettiamo a nessuno di ucciderli nuovamente dimenticandoli.

mercoledì 10 marzo 2010

Placido Rizzotto, paladino di una Sicilia giusta

C’era una volta un personaggio dal cuore grande…. E sì, potrebbe cominciare così come una leggenda, come una fiaba senza lieto fine, come “nu cuntu sicilianu” e di personaggi belli per fare u cuntu in Sicilia ce ne sono, non tantissimi, ma ce ne sono.

Sono, i protagonisti di questi cunti siciliani tutti degli eroi, senza macchia e senza paura, non incoscienti, ma coraggiosi, perché lo sanno che fine faranno, eppure continuano, proprio perché questi personaggi dei cunti sono eroi veri e non sopportano le ingiustizie, non sopportano che i più deboli, quelli che nessuno considera, quelli che la protervia dei “bravi” siciliani considera “nuddu ammiscati cu nenti”, debbano patire l’ingiustizia, debbano vivere nella miseria più nera e disperante. Ce ne sono in Sicilia di eroi fatti così,qualcuno si chiamava Giovanni, qualcun altro si chiamava Paolo, un altro Accursio, uno Pio, uno, antichissimo, avvolto nella leggenda, o forse egli stesso leggenda, Colapisci (Nicola Pesce). Oggi vi voglio parlare di un eroe siciliano, che i siciliani, gran parte di essi, non conoscono.

Placido si chiamava, e forse avrebbe amato vivere placidamente, ma ancor di più amava vivere in uno stato giusto, in una terra bella, come la Sicilia è, ma non disgraziata. Durante la resistenza aveva combattuto contro le forze naziste che tenevano in scacco il nostro paese. Poi, tornato nella sua terra, a Corleone (eh sì anche a Corleone nascono le persone per bene) divenne segretario della camera del lavoro ed organizzò i contadini per cercare di rendere concreti quei Decreti del ministro dell’agricoltura Gullo, che prevedevano una distribuzione ai contadini delle terre dei latifondi lasciati incolti.

Ma i proprietari di quei latifondi, alleandosi con la mafia attraverso i loro gabelloti, reagirono con vari forme di illegalità, arrivando anche agli omicidi. E tanti furono in pochi mesi i sindacalisti uccisi.

E poi… e poi toccò a Placido, che lo sapeva che l’avrebbero ucciso, ma non si tirò indietro.

La sera del 10 marzo, proprio come oggi, di 62 anni fa, Placido fu affiancato da alcuni uomini che lo portarono in aperta campagna e lo uccisero, facendone sparire il corpo in un inghiottitoio, una foiba della zona, Roccabusambra si chiama. E da allora Placido si trova lì, difficile il recupero del cadavere, solo parte del corpo è stata portata fuori.


Ma pur in quella immonda sepoltura, insieme alle carcasse di pecore e di altri animali, Placido Rizzotto, il paladino di una Sicilia più giusta ci parla, se vogliamo ascoltarlo. Placido, che non ha mai avuto giustizia, Placido, che tanti hanno dimenticato, Placido vuole insegnare agli uomini ed alle donne di buona volontà quelle parole di un antica poesia popolare siciliana:

Un servu, tempu fa di chista chiazza,

ccussi priava a Cristu e cci dicia:

Signuri! U me patruni mi strapazza!

Mi tratta commu ‘n cani ‘nta la via;

tuttu si pigghia ccu la so manazza

macari a vita e dici ca nun è a mia.

Si ppò mi lagnu cchiù peggiu mi minazza,

a bbastunati mi lliscia u pilu e m’impriggiunìa.

Quindi, ti pregu, chista mala razza,

distruggila tu, Cristu, ppi mia!

“E ttu, forsi hai ciunchi li brazza?

Oppuri l’hai ‘nchiuvati commu a mia?

Cu voli a giustizzia si la fazza

Né speri c’autru la faria ppi tia.

Si ttu si omu e nun si na testa pazza,

metti a fruttu sta sintenzia mia:

iu nun saria supra sta cruciazza

S’avissi fattu quantu dissi a ttia”.

domenica 7 febbraio 2010

Uomini del Colorado, vi saluto e me ne vado

In Sicilia molti giornalisti sono stati assassinati da mani mafiose interessate ad impedir loro di parlare.
E l’elenco è lungo, tristemente lungo.
Uomini che facevano onestamente il loro lavoro di giornalista, cercando la notizia, denunciando le storture di una società malata, soffocata dall’illegalità mafiosa, sono stati zittiti, eliminati con fredda barbarie. Sono stati così uccisi

* Mauro De Mauro nel settembre del 1970, perché era un cronista di razza e aveva scoperto segreti che tali dovevano restare, forse relativi all’uccisione di Enrico Mattei o forse ancora peggio,
* Giovanni Spampinato, la cui uccisione, avvenuta nel 1972 è ancora oggi avvolta in mille interrogativi;
* Mario Francese, che uscendo dalla sede del giornale salutava gli amici giornalisti con “Uomini del Colorado, vi saluto e me ne vado”, lui che per primo aveva capito che un viddano di Corleone era diventato il capo dei capi di cosa nostra e che la sera del 26 gennaio 1979, ritornando a casa, a Palermo, fu ucciso da sicari mafiosi,
* Pippo Fava, assassinato il 5 gennaio 1984 a Catania, che solo qualche giorno prima della sua uccisione, il 28 dicembre 1983, aveva rilasciato ad Enzo Biagi quella che doveva essere la sua ultima intervista
(vedi),
durante la quale dice parole che hanno la gravità di pietre, come diceva Carlo Levi, riportando le parole della madre di Salvatore Carnevale;
* Beppe Alfano, professore di scuola media appassionato di giornalismo, ucciso l’8 gennaio 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto perché era “cronista rompicoglioni”, come scrisse Riccardo Orioles sui Siciliani nuovi, un cronista che non aveva neppure il tesserino professionale, che stava indagando su un traffico internazionale di armi che passava - secondo le sue intuizioni - nella zona di Messina. Aveva forse contribuito anche alla cattura del boss Nitto Santapaola nel 1993 e aveva aperto il coperchio della massoneria deviata che speculava sul traffico di arance avvalendosi delle sovvenzioni europee. vedi

Ed ancora delitti hanno riguardato giornalisti che cercavano risposte a tante domande informando attraverso piccole televisioni private i propri spettatori.

Ed ecco Peppino Impastato dilaniato da un’esplosione il 9 maggio 1978, dopo essere stato stordito e legato ai binari per simulare un attentato, ucciso, come racconta assai bene il film “I cento passi” perchè con la sua piccola radio AUT dava fastidio al mafioso locale, Tano Badalamenti.

Ed ecco nella notte del 26 settembre 1988 l’uccisione di Mauro Rostagno, che in Sicilia aveva dato vita ad una comunità Saman e che attraverso l’emittente televisiva Rtc faceva le sue denunce.

E in questi giorni una piccola emittente, Telejato, ha ricevuto la visita della mafia sotto forma di pestaggio del giornalista Pino Maniace.

Guardate questo servizio di Telejato di qualche tempo fa:

venerdì 15 gennaio 2010

Soprattutto nelle scuole...

“È importante parlare di mafia, soprattutto nelle scuole, per combattere contro la mentalità mafiosa, che poi è qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi”.
don Pino Puglisi

lunedì 11 gennaio 2010

Accursio Miraglia "Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio"


il boss Vito Genovese con la divisa dell’esercito americano insieme a Salvatore Giuliano


Tanti ma tanti anni fa (ma questa non è una fiaba e non ha un lieto fine) , nel gennaio, il 4 gennaio, del 1947, davanti alla porta di casa, di un paese della Sicilia (amara terra mia, amara e bella), a Sciacca, morì un uomo che diceva di sè una frase ripresa da Hemingway: “Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”.

E, in effetti, in ginocchio Accursio non visse mai!

Erano quelli anni duri, anni di ferro e di fuoco, s’era da poco usciti dalla guerra e l’Italia aveva conosciuto l’orrore dell’invasione e della guerra civile. Si aveva una gran voglia di cambiar pagina, o almeno alcuni avevano voglia di cambiar pagina.

Nel sud c’era stato lo sbarco degli anglo-americani e l’armistizio di Cassibile e da allora gli uomini di cosanostra avevano preso il controllo della situazione

Scrive Lupo “La storia di una mafia che aiutò gli angloamericani nello sbarco in Sicilia è soltanto una leggenda priva di qualsiasi riscontro, anzi esistono documenti inglesi e americani sulla preparazione dello sbarco che confutano questa teoria; la potenza militare degli alleati era tale da non avere bisogno di ricorrere a questi mezzi. Uno dei pochi episodi riscontrabili sul piano dei documenti è l’aiuto che Lucky Luciano propose ai servizi segreti della marina americana per far cessare alcuni sabotaggi, da lui stesso commissionati, nel porto di New York; ma tutto ciò ha un valore minimo dal punto di vista storico, e soprattutto non ha alcun nesso con l’operazione “Husky”. Lo sbarco in Sicilia non rappresenta nessun legame tra l’esercito americano e la mafia, ma certamente contribuì a rinsaldare i legami e le relazioni affaristiche di Cosa Nostra siciliana con i cugini d’oltreoceano”. [13]

Se l’ipotesi che gli “amici degli amici” abbiano avuto un ruolo decisivo nello sbarco angloamericano in Sicilia è da scartare, è tuttavia innegabile che gli alleati si servirono dell’aiuto di personaggi del calibro di Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo per mantenere l’ordine nell’isola occupata e il boss americano Vito Genovese, nonostante fosse ricercato dalla polizia statunitense, divenne l’interprete di fiducia di Charles Poletti, capo del comando militare alleato.(vedi qui)


In quegli anni in cui il nord sognava una ricostruzione benedetta dal “vento del nord”, il sud sperava in una concreta riforma agraria, benedetta dai “decreti Gullo”.

Miraglia, che apparteneva alla piccola borghesia ( aveva impiantato una piccola attività industriale di conservazione del pesce), aveva fama di benefattore (e non a parole: fece restaurare a proprie spese di una parte dell’orfanotrofio e aiutava concretamente le orfanelle del Boccone del Povero donando generi di prima necessità). Voleva aiutare i contadini vessati dai gabelloti e dai baroni, creando, tra l’altro la prima Camera di lavoro siciliana e la cooperativa “Madre Terra”, chiedendo l’attuazione dei decreti Gullo che destinavano alle cooperative i terreni incolti dei latifondi. Era anche presidente stimatissimo dell’ospedale di Sciacca.

Ebbene Accursio Miraglia morì in piedi: fu ucciso quella sera del 4 gennaio del 1947, mentre stava rincasando, proprio sulla porta di casa. Era un benefattore Accursio Miraglia, ma soprattutto era un nemico di quei latifondisti che sapevano che in Italia tutto cambia perchè nulla cambi e i “decreti Gullo” sarebbero tramontati, come tanti altri sogni. Dunque, un uomo integerrimo come Accursio, che lottava per la povera gente, era un fastidio da eliminare.

La mafia del tempo era infatti il braccio armato dei latifondisti presenti sul territorio. I baroni vivevano invece nelle città e poco si interessavano delle loro terre e della difesa dei feudi. Per tutelare i loro patrimoni allora i proprietari terrieri si servivano di gente, brava più con il fucile che con le parole, che stava sul posto e di fatto gestiva tutto. I mafiosi diventarono così amministratori, campieri, gabelloti e alla fine si impadroniranno di tutto. Mentre ad esempio Luciano Liggio diventa amministratore del feudo di Strasatto, il nostro Carmelo di Stefano, boss di Sciacca, diventa gabelloto del cavalier Rossi e della baronessa Martinez.

Epilogo: i funerali di Accursio Miraglia non avvennero in chiesa, vi furono solo delle esequie civili, perchè i preti dissero che un uomo ch’era morto ammazzato non aveva diritto ai funerali religiosi (così la vittima era equiparata all’assassino, ma poi s’erano scordati di che morte è morto Gesù). La popolazione tributò ad Accursio solenni onori per sei giorni. La famiglia di Accursio, la moglie Tatiana, russa, che non aveva nessuna esperienza negli affari, fu aiutata dai pescatori di Sciacca che portavano a lei il pesce più fresco per la sua industria di conservazione del pesce. Gli esecutori del suo assassinio furono ben presto trovati, confessarono e successivamente ritrattarono e non furono mai puniti. La bara di Accursio Miraglia, che non aveva ricevuto le esequie religiose, fu portata a spalla dai contadini dalla Camera del lavoro fino al cimitero. Appena giunti al camposanto la grigia giornata donò qualche goccia di pioggia e un contadino presente esclamò: “Un ti voseru benediciri l’omini, ma ti binidiciu Diu”.

Vedi anche Blunotte “Terra e libertà. La morte di Miraglia, Rizzotto e Carnevale”

venerdì 11 dicembre 2009

La mafia e la letteratura

Lavoro di Ludovica Ottaviano


Per trovare tracce significative della mafia nelle opere letterarie bisogna risalire alla commedia I mafiusi de le Vicara (1863) di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca, in cui per la prima volta venne impiegato il termine mafia, o, più precisamente quello di mafioso, nel titolo di un testo teatrale. Nella commedia di Rizzotto e Mosca occupa un ruolo di primo piano la presenza di un personaggio forte: un illustre prigioniero politico, l'Incognito, sotto le cui spoglie si nasconde forse Francesco Crispi. Risulterà essere uno dei capi dell'organizzazione camorrista. Sarà proprio lui, nell'ultimo atto, a reintegrare il capo cammorista, lo "zu Iachinu", in una società ormai liberata dai Borboni, che, in virtù del nuovo e vero ordine di giustizia, non ha più bisogno dell'intermediazione di quella "associazione malandrinesca", che invece gli amici di Iachinu, con sua grande disapprovazione, vorrebbero ancora tenere in vita sotto i sabaudi.

La commedia può fornire alcuni primi interessanti dati per la definizione di un paradigma letterario della mafia. In primo luogo, emerge il legame indissolubile tra rivoluzione garibaldina e mafia, tra mafia e una certa politica. In secondo luogo, si palesa, sin dalle origini, un'idea della mafia come associazione senz'altro criminosa, ma comunque anti-borbonica, e addomesticabile dalla classe dirigente siciliana, quella liberale e repubblicana, forse collusa con essa. L'espressione mafia diviene un termine corrente a partire dal 1863 e lopera ebbe grande successo e venne tradotta in italiano, napoletano e meneghino, diffondendo il termine su tutto il territorio nazionale.

Per un secolo, però, da quel momento, graverà tra i letterati la responsabilità di aver fatto cassa di risonanza a quella mitologia mafiosa attribuendole quasi un alone romantico, fino ad arrivare alle opere di Leonardo Sciascia.

Pietro Mazzamuto individua in talune opere siciliane la figura del mafioso aureolato, ovvero uno stereotipo romantico del mafioso, una sorta di Robin Hood siciliano, che troverà veicolo di diffusione attraverso tanta letteratura dappendice, notoriamente consumata da comuni e poco smaliziati lettori siciliani e non solo. Questo mafioso aureolato è diverso dal delinquente comune e anzi opera contro chi detiene il potere per difendere gli abitanti locali. Per esempio ne La lega di Pirandello viene presentato un mafioso che fa pagare ai proprietari terrieri una tassa con la quale integra la miserabile paga dei contadini. Un altro esempio è dato da I Beati Paoli, un romanzo di appendice apparso a puntate sul "Giornale di Sicilia" dal 1909 al 1910 di cui fu autore Luigi Natoli, con lo pseudonimo di William Galt,. In esso la setta degli incappucciati neri, contrariamente a precedenti interpretazioni, veniva presentata come un'associazione protomafiosa, alimentando la leggenda di un'organizzazione segreta nata per vendicare i deboli e portare giustizia laddove giustizia non c'è. Un mito questo di cui la mafia si sarebbe appropriata, per giustificare il suo operato criminoso o magari richiamandosi, quando perdente, all'altra leggenda di una mafia antica e cavalleresca, ancorata a un inderogabile codice d'onore, che si batte contro un'organizzazione nuova, spietata, priva di riferimenti morali. Un poeta in proprio e storico della lirica italiana, Giovanni Alfredo Cesareo, fu autore nel 1921 di una commedia, La Mafia, in cui si trovano, svolti con abilità drammaturgica e capacità di introspezione psicologica, tutti i luoghi comuni su una mafia dispensatrice di giustizia, laddove giustizia non c'è, e soprattutto riparatrice di torti sessuali. Di fronte a un prefetto continentale inetto e buono a nulla, lo scontro ideologico centrale della commedia è quello tra il barone Montedomini, nemico giurato della democrazia e della mafia, con argomenti che sembrano uscire dall'inchiesta di Franchetti e Sonnino, e l'avvocato Rasconà, un mafioso che parla come Capuana; lo scontro ha un lieto fine, che sancisce la vittoria della violenza giusta dell'avvocato mafioso su quella ingiusta dell'aristocratico che si fa sostenitore della cosiddetta legalità dello Stato.

Bisogna aggiungere che, estratta la sostanza storica della commedia dalla sua forma apologetica, non è difficile ravvisare in Rasconà, con felice intuizione, un rappresentante di quella "mafia in guanti gialli", affaristica e borghese, cresciuta e prosperata con l'allargamento del suffragio elettorale. Altri esempi ancora si trovano in Sette e mezzo di Giuseppe Maggiore, ne Il giorno della civetta di Sciascia e in altre opere.

Sciascia nelle sue opere ha una visione meno romantica della mafia anche se ne resta linfluenza ne Il giorno della civetta, quando il capitano Bellodi classifica il mafioso Arena, nonostante le sue nefande azioni, tra gli uomini, ovvero la prima classe per ordine dimportanza creata dal capomafia che distingueva gli uomini secondo la seguente gerarchia: uomini, mezzuomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà. Anche Camilleri, dal canto suo, ne La gita a Tindari accetta lidea che la mafia è nata come sistema protezionistico creato dai cittadini per difendere se stessi, ma contemporaneamente è consapevole che la mafia odierna sia una degenerazione di quella tradizionale. È comunque grazie a Sciascia e allantimafia che gli italiani hanno incominciato a capire lintreccio affaristico tra Potere, Lavoro e Società additatoci da Sciascia in libri quali A ciascuno il suo e il Contesto.Sul tema dei rapporti letteratura-mafia si è occupato lo studio critico-letterario di Massimo Onofri, Tutti a cena da don Mariano. È una ricerca profondamente informata in cui, non solo vengono riproposte e messe in relazione le varie generazioni di scrittori siciliani che si sono occupati di questa problematica, ma anche riflessioni sul tema. In questo saggio vengono messe in evidenza le contraddizioni in cui cadde Giuseppe Pitrè, nelle sue disquisizioni etimologiche e sociologiche attorno alla parola mafia e alla realtà che tale termine implica; si ricorda quella sorta di omertà nei riguardi dellargomento, segnalata da Sciascia, Capuana, Verga; si smaschera il sicilianismo auto- elogiativo, carico di implicazioni filomafiose, presente non solo in Pitrè ma anche in Cesareo, Comandè, nel giudice Lo schiavo e nei volumi memorialistici del prefetto di ferro Cesare Mori. Secondo lo storico delle tradizioni popolari Giuseppe Pitrè, il termine mafia ha come significato originario "graziosità, eccellenza nel suo genere" ed in seguito "coscienza d'esser uomo, sicurtà d'animo... non mai arroganza". Egli descrisse il mafioso come persona che voleva essere rispettata e, se offesa, non ricorreva alla giustizia, perché avrebbe dato prova della propria debolezza.

Secondo lo studioso, l'immagine della mafia come delinquenza sarebbe stata diffusa dallo spettacolo teatrale di Giuseppe Rizzotto I mafiusi di la Vicaria. Capuana, in una conferenza ebbe a chiarire: 'mafia una volta non voleva dire... associazione di malfattori; e il mafioso non era un ladro, né molto meno un brigante. L'aggettivo mafioso significava qualcosa di grazioso e gentile... mafiosa veniva chiamata una bella ragazza, mafioso qualunque oggetto che i Francesi direbbero 'chic'... Oggi mafia e mafioso non sono più niente di tutto questo' ".

Nella ricostruzione della lotta alla mafia Mori rappresenta la cosiddetta «soluzione forte», ovvero quella della sospensione di ogni diritto, delle manieri forti, delle città in stato d'assedio. E' la carta giocata dal neonato regime fascista e spesso rivendicata, successivamente fino ad oggi, come esempio d'un duro e determinato modo di affrontare la malavita organizzata.

Tutta la letteratura sulla mafia viene spesso considerata spazzatura proprio per il fatto che non riesce a sensibilizzare e informare la gente sul problema creando una cultura della legalità. Come Camilleri ha fatto notare in una intervista, analizzare la mafia è compito degli storici, dei sociologi; non è compito di narratori o romanzieri, perché inevitabilmente finiscono con lalterare la realtà, per ricondurla a parametri narrativi e fantastici loro personali. Se sulla mafia possono esistere depistaggi, probabilmente vengono dai narratori, i quali finiscono per innamorarsi dei loro personaggi. Per esempio Piccola pretura, di Giuseppe Guido Loschiavo (romanzo dal quale Pietro Germi trasse il film In nome della legge), magistrato siciliano, ci presenta con una certa simpatia il personaggio di Turi Passallacqua, capo-mafia. Lo stesso avviene ne Il giorno della civetta, di Leonardo Sciascia: Don Mariano è un sottile ragionatore, con una esperienza contadina di saggezza, per cui, in un mondo che inesorabilmente si corrompe, finisce per trovarvi anche dei lati positivi. Nella realtà, i mafiosi lati positivi non ne hanno nessuno. Sono soltanto delinquenti puri, più o meno organizzati, più o meno intelligenti, con sulle spalle morti e stragi. Questo è il punto di partenza, per una serena valutazione del fenomeno: i mafiosi sono dei pericolosi fuorilegge. Bisogna affidarsi agli studiosi, a chi non si limita allo studio del solo processo penale, ma vada alla ricerca delle ragioni profonde della mostruosa evoluzione della mafia. Non soltanto ai giudici bisogna affidarsi.

Quando Romano o Hesse scrivevano i loro saggi sulla mafia, i grandi processi non si sognavano neppure; la mafia era un quid indefinito ed indefinibile. Può e deve esistere una analisi a priori, corroborata, a posteriori, dalle risultanze dei processi. Ma senza le analisi degli specialisti, dei professionisti (usiamo questa espressione in un senso diverso da quello che intendeva Sciascia, che la riferiva solo ai giudici) non si va lontano.

La mafia era prima analfabeta, ma quando ha imparato a leggere ha incominciato ad uccidere i giornalisti perché ha capito limportanza delle parole: un giornalista che scrive, che individua certi legami, certi rapporti, porta le sue intuizioni e conoscenze, crea unopinione pubblica contro la mafia e ciò risulta un rischio enorme per essa. Perciò giornalisti, commentatori e storici, quali Fava, Lupo, Pantaleone, hanno scritto molti libri sulla mafia e solo loro sono in grado di essere completamente neutrali e quindi informare l'opinione pubblica sulla gravità connessa a questa problematica.

martedì 24 novembre 2009

Una ricetta

Anche quest’anno il mio istituto si dà da fare nella direzione di una didattica incentrata sui valori della legalità. Abbiamo aderito, tra l’altro, al progetto proposto dal centro studi “Pio La Torre” di Palermo che ci propone una serie di videoconferenze sul tema. Interessanti gli argomenti, coinvolgenti i relatori. Aderiscono al progetto e sono collegate in videoconferenza 50 scuole siciliane insieme a 30 scuole del resto del territorio italiano.

Oggi secondo appuntamento, il tema è stato:

“L’opposizione storica, sociale e politica alla mafia e la ribellione dell’imprenditoria”.

Relatore il professor Centorrino dell’Università degli studi di Messina. Sono intervenuti altre personalità della società civile e tra essi Vincenzo Conticello dell’Antica Focacceria S. Francesco di Palermo

Vincenzo Conticello

E ci ha raccontato la sua storia…

Poi ci ha dato una ricetta per sconfiggere la mafia, e lui di ricette se ne intende…

una buona dose di politica sana

una burocrazia snella che funzioni

la consapevolezza che non si devono scambiare i diritti con i favori

una chiesa presente e capace di assumersi il compito per cui Cristo l’ha voluta

una magistratura libera di agire, senza pastoie che la constringano a combattere “a mani nude” la criminalità organizzata

una polizia che sia messa nelle condizioni di agire

e su tutto ed insieme a tutto i cittadini, ciascun cittadino che facciano il proprio dovere, ciascuno nel suo campo, assumendosi la responsabilità diretta delle proprie azioni, formando una comunità antimafiosa.