domenica 2 agosto 2009

Che cos'è la mafia?

Chissà cosa la gente pensa sia la mafia, forse un’associazione criminale, forse una piovra, forse un retaggio di antica incultura? Forse… forse è tutto questo, ma soprattutto è altro.

Falcone pensava che

“La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inerti cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni"

Ma i fatti sembrano contrastare queste parole, sembra che questo particolarissimo fatto umano sia un fatto naturale, e come il vento, la grandine e le eruzioni vulcaniche, sembra non finire mai.

Mi chiedo perché, ma la risposta temo di saperla…

Al di là delle origini che si perdono nella mitica notte dei tempi, per cui l’etimo sembra nascere da un’antica parola araba, la mafia trova forza vitale nel latifondo, in un rapporto di alleanza “gattopardesca” tra nobiluomini, proprietari di quelli ch’erano feudi e che una storia che sembra andare in un senso nuovo ha trasformato in latifondi, senza nulla togliere dell’antica identità, e gabbelloti, cioè, letteralmente, un affittuario che pagava la “gabella”, ovvero l’affitto del fondo al nobile che poco si curava del suo appezzamento, ma da cui voleva ricavare il massimo possibile, investendo il meno possibile. Non è che per sua natura il gabbelloto fosse un delinquente, ma è vero che i nobili preferivano di gran lunga affidare il proprio fondo ad uno “sperto e malandrino” capace di dominare sui contadini, anche con mezzi spicci, anche con l’aiuto dei campieri, in genere sorveglianti armati dei campi.

Ecco è in quest’ambito che si crea il collegamento tra gente svelta con le armi e capace di tenere in pugno la situazione con la sopraffazione e i cosiddetti “cappeddi”, ovvero gli appartenenti alle classi agiate, che già nel copricapo, il cappello, indicavano la propria appartenenza, in contrapposizione ai “burritta”, ovvero alla povera gente che copriva il capo con un berretto.

Questo nel passato, ma i siciliani sono famosi per una storia gattopardesca, ovvero, una storia che cambia affinchè nulla cambi…

Ed infatti questo legame tra un potere “baronale” e uomini prepotenti non cessò mai, e spesso fu usato a danno del potere dello stato, ma ancora più spesso contro la povera gente.

Ecco sarebbe interessante andare a vedere i rapporti tra lo Stato e questo potere, che definire “malavitoso” o “criminale” diventa riduttivo e non ne rende pienamente la complessità.

Gli antichi “gabelloti” (ma non tutti i gabelloti erano delinquenti) hanno assaporato il potere acquisito con l’alleanza con i baroni. Ma per essi il potere è “la roba” e il controllo del territorio”.

La roba, quella descritta da Verga nella novella omonima, non è il capitale, ma è l’ammucchiarsi di beni, tangibili, visibili, che rendono il possessore “potente” e rispettato. E il controllo del territorio, cioè un capillare controllo di tutto ciò che accade nel territorio di pertinenza, quasi novello dio in terra, sicuramente più efficente del controllo del territorio esercitato legalmente dallo Stato. Proprio la contrapposizione con lo stato è caratteristica del mafioso, ma non la contrapposizione che significa lotta e scontro, il mafioso non vuole la lotta o lo scontro con lo Stato, vuole che lo Stato deleghi a lui, vuole che lo Stato sia lontano, assente. I picciotti che la mafia mandò a Garibaldi (ma non tutti i picciotti furono inviati dai mafiosi) per l’impresa dei Mille stanno a testimoniare la necessità congiunta di baroni e mafiosi per una nuova realtà statuale, più lontana geograficamente dai Borboni, più assente.

E veniamo alla storia dell’Italia repubblicana.

Ai mafiosi, dunque, interessa la roba e il controllo del territorio e confidano sull’intrinseca alleanza con i “baroni” e con i loro epigoni, cioè la novella classe emergente (tutto cambia affinchè nulla cambi). Sono capaci di mille giravolte e cambiamenti: dall’originario controllo dei latifondi, passano al controllo di tutto ciò che porta “roba” e controllo del territorio (perchè l’obiettivo non cambia, cambiano i mezzi per raggiungerlo!).

Quindi ad una nascente Italia postbellica, quando un ministro, Gullo, emana i decreti che avrebbero dovuto portare alla riforma agraria, i mafiosi, alleati ai baroni, mostrano la loro potenza ammazzando decine di sindacalisti, tra cui Placido Rizzotto.

La mafia è perciò la longa manus, grondante di sangue, di interessi di proprietari, ma non solo.

La mafia è capace di diventare la longa manus di interessi più variati, a patto di non avere controlli, di avere in gestione il controllo del territorio e la roba.

Ed ecco Portella della Ginestra, strage attribuita a Salvatore Giuliano ed alla sua banda. Certamente Salvatore Giuliano era presente con i suoi uomini a Portella, ma fu solo il servo sciocco di un disegno più grande di lui, un disegno tracciato da “menti raffinatissime” che, con l’aiuto della mafia (longa manus), voleva estromettere dalla nuova realtà repubblicana le sinistre (il Fronte popolare, che aveva appena 10 giorni prima vinto le elezioni per la prima assemblea regionale) e i contadini. Ed in effetti nello stesso mese di maggio del 1947 le sinistre furono estromesse dal governo nazionale.

E Gaspare Pisciotta l’aveva detto al processo di Viterbo: “Siamo come la Santissima Trinità: noi, la mafia e lo Stato” e accusò il ministro siciliano Scelba di connivenza con la mafia e di promesse fatte a Giuliano in cambio della lotta contro i “comunisti”. Ma Pisciotta fece la fine che tutti sappiamo, dopo aver ucciso Giuliano.

Ecco da Portella in poi tutto discende.

Ora si parla della strage di via D’Amelio e nuovamente a distanza di 17 anni emergono luride connivenze e biechi depistaggi. Caponnetto lo aveva detto dopo la morte di Borsellino “Tutto è finito”: l’antistato e lo Stato sono scesi a patti e hanno fatto il “papello”, come sempre…

La nostra terra bellissima e disgraziata.....


“La lotta alla mafia è il primo problema
da risolvere nella nostra bellissima terra disgraziata. Non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente
le nostre giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la
bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del
compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.
Ricordo la felicità di Falcone quando in un breve periodo di entusiasmo egli mi disse: “La gente fa il tifo per noi.” E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale
della popolazione dava al lavoro del giudice, significava qualcosa di più, significava soprattutto che il nostro lavoro stava anche svegliando le coscienze.”

Paolo Borsellino

sabato 25 luglio 2009

Mafia ed economia

Lavoro di ricerca di Gaetano Di Stefano

L'impatto che la presenza criminale ha oggi sulla vita economica dell'isola sembra essere fondamentalmente legato all'attività criminale di base dei gruppi mafiosi: il pizzo
. Gli esperti concordano infatti che tra le varie tipologie di attività illecite che hanno un impatto negativo sull'economia della regione, prima in ordine d'importanza risulta essere l'attività estorsiva, seguita da usura, traffico e spaccio di droga, commercio di armi, rapine.

L'usura è una relativa novità per le organizzazioni mafiose occidentali. Questo "mestiere" non era considerato degno di un uomo d'onore, e spesso i boss, secondo una politica di tipo populistico difendevano le vittime dell'usura esercitando pressioni sugli usurai. Oggi, elementi anche di spicco di Cosa Nostra si dedicano a questa attività, che può anche associarsi ad operazioni di riciclaggio di capitali sporchi. Usura ed estorsione rappresentano fenomeni di fatto incontrastati (se si esclude la reazione pressoché autogestita rappresentata da alcuni comitati antiracket dei commercianti, prevalentemente attivi nelle province orientali, e la recente creazione da parte dello stato di una nuova figura: il commissario Nazionale Antiracket), che hanno nel corso del tempo deformato i mercati locali:

  • la prima rappresenta spesso il primo passo per processi di controllo sulle attività produttive, che portano poi all'acquisizione forzata delle imprese da parte della mafia, imprese che vengono quasi sempre governate tramite prestanome;

  • la seconda apre un canale di comunicazione tra imprenditore, piccolo o grande che sia, e mafioso, tramite il quale l'operatore economico privo di scrupoli può entrare in un rapporto di collaborazione con la famiglia mafiosa, ricavandone in cambio benefici finanziari come forniture, appalti, posizioni di rendita, favoritismi da parte di pubblici amministratori e concessioni.

Per quanto riguarda le forme di controllo criminale sull'economia, esse si estendono a gran parte del sottosistema economico legale che ,spesso, esercita funzioni di copertura. Il settore più coinvolto è quello delle opere pubbliche, nel quale si registra comunque un'evoluzione. Il passato, anche recente, era caratterizzato dalla fortissima presenza delle forme di intermediazione criminale tra enti locali ed imprese e tra le imprese ed il mondo criminale minore. Di questa intermediazione neanche le grandi imprese del Nord appaltatrici di molte opere pubbliche in Sicilia hanno mai voluto fare a meno, e non solo per timore di attentati mafiosi in caso di resistenza, ma anche perché l'entrata nelle cordate politico-mafiose garantiva la certezza dell'acquisizione degli appalti.
Dopo lo scossone politico del 1993, dopo le stragi del '92, che colpirono i giudici Falcone e Borsellino, e le vicende giudiziarie di Mani pulite, che determinarono la fine della cosiddetta Prima Repubblica, con
la formazione di nuove giunte comunali e provinciali, vi furono novità significative sul fronte degli appalti pubblici. Gli appalti chiusi, le procedure di certificazione delle imprese, il ricorso limitato, o in alcuni casi nullo, a forme di trattativa eccessivamente discrezionali come la licitazione privata, ecc. hanno contribuito a far compiere grandi passi avanti in termini di trasparenza e regolarità. Si deve, inoltre, tener conto dell'impatto sulla situazione siciliana della politica di rigore determinata dai cambiamenti politici nazionali, che, riducendo le risorse a disposizione, ha ulteriormente contribuito a rendere questo settore meno appetibile per la mafia. Vi è però chi ritiene che il controllo sulle commesse pubbliche sia ancora diffuso, anche se in maniera minore che in passato; certo esso è meno plateale e diretto, in quanto si ricorre a forme di camuffamento (subappalti, partecipazioni a "scatole cinesi", costituzione di società "pulite" ad hoc). Vi è inoltre un meccanismo che può scavalcare la vigilanza esercitata anche dai più rigorosi e ben intenzionati pubblici amministratori, ovvero quello della cosiddetta "turnazione". Esso si basa su un accordo tra i vari imprenditori locali che possono essere interessati agli appalti della pubblica amministrazione, accordo immancabilmente garantito da un gruppo mafioso. Secondo questo accordo, una sola azienda partecipa ad una gara d'appalto, aggiudicandosela senza dover praticare ribassi. Alla gara successiva prenderà parte un'altra azienda, anch'essa da sola, che verrà così risarcita per essersi astenuta dalla precedente. In seguito toccherà a turno alle altre ditte, finché non avranno avuto tutte la loro parte. Ovviamente esistono diverse varianti di questo meccanismo che lo rendono ben più difficile da individuare, per esempio la partecipazione di più aziende con ribasso concordato per favorire quella che deve vincere la gara, ecc.

Dagli utili extra dell'azienda vincitrice (che non necessariamente è quella che poi eseguirà effettivamente i lavori) verranno prese le quote per il capomafia che ha garantito lassegnazione dellappalto, per i funzionari compiacenti, per i politici che hanno fatto ottenere l'appalto. Per quanto riguarda linfluenza della mafia sulle opere pubbliche cè da dire , inoltre, che la realizzazione del ponte di Messina (che sarà, se verrà costruito, una delle opere più importanti del mondo) rappresenta una grandissima fonte di guadagno per le organizzazioni mafiose, in termini di profitto ma soprattutto di potere, il quale è stato da sempre la ragion dessere della mafia. L'intreccio economia-mafia coinvolge anche altri settori produttivi, soprattutto il commercio, l'edilizia, il credito. Il settore creditizio in particolare ha avuto un ruolo cruciale: il controllo politico di grandi istituti bancari regionali come il Banco di Sicilia e la Sicilcassa ha favorito i grandi gruppi industriali partecipanti al perverso intreccio triangolare tra politica-mafia-imprese, a favore degli imprenditori collusi e parassitari, e a danno della piccola e media impresa. Il credito politicamente condizionato ha portato nel corso del tempo questi istituti a situazioni di grave sofferenza bancaria, che oggi, anche dopo l'intervento delle forze dell'ordine ed i cambi di gestione, costringono ad una politica di estrema prudenza nella concessione dei crediti e di rifiuto del rischio d'impresa, a ulteriore danno dell'imprenditoria sana. Specialmente nel settore del commercio al dettaglio, la restrizione del credito ha gettato non pochi operatori nelle braccia dell'usura (problema di cui fa menzione Tano Grasso nel suo libro intitolato U Pizzu e per il quale sono state prese adeguate contromisure, ovvero nuove forme di credito fiduciario).

L'intreccio mafia-imprese-politica ha portato conseguenze estremamente negative per la crescita economica della Sicilia, specie nel lungo termine. Ricadute negative sono state:


- la mancanza di programmazione nella realizzazione di infrastrutture, per cui le strade, per esempio, non sono state realizzate dove servivano effettivamente, ma nei territori controllati dai gruppi mafiosi e/o nei quali si trovavano le imprese di costruzioni colluse;

- il mancato completamento di opere pubbliche (autostrade, acquedotti, viabilità locale, dighe, reti di trasporto urbano) che avrebbero potuto a loro volta, se ultimate, essere fattori di sviluppo economico e sociale;

- la realizzazione di infrastrutture di bassissima qualità, che richiedono interventi costosi e continui di manutenzione e comunque non garantiscono una funzionalità piena (in alcuni casi, si tratta di opere pressoché inutilizzabili);

- la creazione di un'economia "drogata", basata, non sulla capacità imprenditoriale e la competitività delle aziende, ma sulla negoziazione segreta tra imprenditori, mafiosi e politici, totalmente dipendente dal denaro pubblico e suscettibile di crollare non appena tale denaro venga a mancare;

- la nascita di aziende "false", incapaci di sopravvivere al di fuori del mercato "drogato", che producono beni e servizi a prezzi gonfiati e di poca o nessuna competitività; aziende che inoltre, nel momento in cui vengono sequestrate, non è possibile piazzare sul mercato, e creano seri problemi occupazionali.

Occorre prendere ,inoltre, in esame quella che è stata la politica dell'intervento dello Stato per innescare lo sviluppo del Mezzogiorno,cercando di far uscire l'economia locale dalla stagnazione. Nella valutazione degli effetti della politica di intervento pubblico sul Mezzogiorno è il caso di fare dei distinguo.

Se nel lungo periodo e con specifico riguardo ad alcuni aspetti sociali è innegabile un effetto di tipo positivo (aumento del reddito, infrastrutturazione), non si può d'altra parte negare che l'intervento pubblico abbia avuto un peso significativo anche in termini di crescita economica delle attività criminali. Più in generale, esso non è riuscito a liberarsi del carattere assistenziale e strumentale di un'azione nei fatti incapace di determinare esiti di sviluppo autopropulsivo.Il problema è, ancora una volta, quello del rapporto tra sistema politico e criminalità organizzata: si tratta di un rapporto intenso nel passato ed ancora presente, fondato su una omogeneità di interessi (da una parte, l'accumulazione di consenso sociale ed elettorale e dall'altra l'accumulazione di risorse economiche ed il potere) tra due sistemi che si sono integrati in una varietà di forme, dalla compenetrazione organica allo scambio permanente od occasionale. Tale compenetrazione avrebbe una lunga storia alle spalle: c'è addirittura chi la fa risalire agli ultimi anni del feudalesimo, del quale la personalizzazione perversa dei rapporti politici nell'isola sarebbe tutto sommato la prosecuzione. Per quanto riguarda le modalità del rapporto, il modello prevalente sembra essere quello della negoziazione tra due sistemi (quello politico e quello criminale) peraltro indipendenti: il politico "acquista" voti e il boss mafioso li offre. Non di rado accade che un boss, insoddisfatto delle offerte di un politico in termini di protezioni, appalti, ecc., entri in trattative anche con altri candidati, dividendo poi tra 2-3 di essi il pacchetto di voti che controlla. E' difficilmente credibile, data la segretezza del voto, che la compravendita di voti in Sicilia si sia basata o si basi su un meccanismo intimidatorio. Essa probabilmente funziona grazie ad una rete di interessi comuni: l'elettore che vota secondo le indicazioni del boss o dei suoi associati non lo farebbe per paura, ma per convenienza personale (scambio di favori, aspettativa di benefici, affari in comune, ecc.).Certo è che, al momento attuale, la situazione sembra per molti aspetti in una fase interlocutoria: numerosi segnali fanno sospettare la ricerca di nuove alleanze tra organizzazioni criminali e forze politiche e non sono ancora chiari i possibili assetti del futuro. Del resto è vero che, parallelamente al terremoto portato sull'isola dai fatti del '92, dal '93, si è avuta una ridistribuzione notevole del voto su base nazionale, che ha interessato anche l'isola. Nuovi soggetti politici e nuovi equilibri hanno obbligato i gruppi criminali a rivedere le loro strategie elettorali. Nel discorso più generale dell'intervento pubblico in Sicilia, un capitolo a parte è rappresentato dal rapporto problematico con la pubblica amministrazione, e con la Regione siciliana in particolare, accusata da più parti di rappresentare un modello di rapporti clientelari e di sudditanza non in grado di sviluppare funzioni positive di servizio per le imprese e i cittadini e caratterizzata da un'inefficienza funzionale allo sviluppo di forme di mediazione gestite dall'esterno da più soggetti, tra cui le organizzazioni mafiose.

BIBLIOGRAFIA

Tano Grasso, "U pizzo"

Giovanni Falcone in collaborazione con Marcelle Padovani, "Cose di Cosa Nostra"

www.siciliano.it

www.news2000.libero.it

www.svileg.censis.it (sito principale)

lavoro di ricerca di Gaetano Di Stefano

martedì 21 luglio 2009

Riflettiamo


"La speranza di questi ragazzi è ora di non abbassare mai la testa. La pistola che è sfuggita di mano alla mafia è la cultura."
Felicia Bortolotta Impastato madre di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia il 9, 5, 1978


"La lotta alla mafia è il primo problema da risolvere nella nostra bellissima terra e disgraziata. Non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le nostre giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone quando in un breve periodo di entusiasmo egli mi disse: La gente fa il tifo per noi. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l'appoggio morale della popolazione dava al lavoro del giudice, significava qualcosa di più, significava soprattutto che il nostro lavoro stava anche svegliando le coscienze".
Paolo Borsellino


"La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e, come tutti i fatti umani, ha un inizio e avrà una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere, non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni"
Giovanni Falcone


"Purtroppo i giudici possono agire solo in parte nella lotta alla mafia. Se la mafia è un'istituzione antistato che attira consensi perchè ritenuta più efficiente dello Stato, è compito della scuola rovesciare questo processo perverso, formando giovani alla cultura dello Stato e delle istituzioni."
Paolo Borsellino

domenica 19 luglio 2009

BRAVERIA


"Per avere un'idea di che cosa fosse in origine la mafia, basta pensare alle considerazioni che il Manzoni, nei "Promessi Sposi", svolge sul fenomeno della braveria. Sgherri del tipo dei bravi, al servizio degli interessi e dei capricci dei nobili, in Sicilia furono i prototipi dei mafiosi.
In Lombardia, caduto il dominio spagnolo e subentrato quello austriaco, attraverso riforme sociali e trasformazioni economiche, e soprattutto grazie alla correttezza dei funzionari statali e quindi di tutto l'apparato amministrativo dello Stato, la braveria fu naturalmente eliminata dal corpo sociale.
In Sicilia, perdurando le condizioni del dominio spagnolo anche quando gli spagnoli non ci furono più, resistendo le strutture sociali della feudalità (e, per di più, di una feudalità piena di puntigli, avida di privilegi, rissosa, anarchica), quella che in origine era braveria diventò nel tempo quella che oggi conosciamo come mafia".
Così Leonardo Sciascia parla della mafia in un'intervista pubblicata su "Liberation", il 30 dicembre 1976

lunedì 1 dicembre 2008

Braveria e mafia




Sciascia usa il termine braveria per indicare quel comportamento spavaldo fatto di sopraffazione nei confronti degli onesti, tipico dei bravacci, cioè della soldataglia al servizio di prepotenti signori di origine medioevale. Ha, a mio avviso, tanto a che vedere con l'antico concetto di arethè, tipico della Grecia antica, che indica il valore dell'uomo in quanto capace di uccidere i nemici e difendere sé, la propria roba e i propri amici. E nelle culture primitive della nostra penisola, laddove lo stato non ha avuto la forza e la capacità di governare la situazione con l'autorevolezza della legge e della giustizia, questa braveria ha dato prova di sé, chiamandosi guapperia a Napoli, balentìa in Sardegna, mafia in Sicilia. Interessante, poi, è ricostruire l'etimologia della parola 'ndrangheta, che in Calabria indica lo stesso atteggiamento e ha dato origine alla corrispettiva criminalità organizzata. La parola 'ndrangheta deriva dal vocabolo greco, e la Calabria era Magna Grecia, andragathos [andròs (kalòs kai) agathòs] cioè uomo di valore.

sabato 15 novembre 2008

Salvatore Giuliano


Salvatore Giuliano non si rese conto di essere una pedina in mano alla mafia, che lo usava ma che l'avrebbe scaricato accollandogli tutte le colpe. In ogni caso il suo destino era segnato: doveva morire perché sapeva troppe cose. Durante l'ultima fase del conflitto, mentre nella Sicilia povera e disperata si era avviata la lucrosissima attività del "mercato nero", alcuni possidenti e massari tentavano di sottrarre il grano all'ammasso, cioè sottraevano il grano ai disperati che non avevano di che mangiare a sufficienza, per dare vita a una forma di mercato fuori dalle regole di emergenza. Il giovane Giuliano stava, dunque, portando farina al mercato nero, quando fu fermato ad un posto di blocco dai carabinieri. Istintivamente il giovane, "spertu e malandrinu", sparò, uccise un carabiniere e fuggì dandosi alla macchia. Il fuggiasco, che aveva molti sostenitori al paese, riuscì a dar vita ad una banda, legata alla sua figura di capo invincibile e carismatico e sostenuta da tutto il paese di Montelepre, che vedeva in lui un novello Robin Hood, un giustiziere che attaccava le forze dell'ordine e le sezioni comuniste, uccidendo, tra l'altro, mafiosi di rango come Santo Flores e aggredendo colonne dell'esercito. Era una specie di "bandito politico", anche se sembrava non avere una chiarezza strategica o obiettivi politici. E lui, il bandito di Montelepre, giovane, belloccio, arrogante ed imprendibile era una sorta di bandito dai nobili intenti che credeva veramente che il suo fosse un ruolo politico di primo piano e che la sua banda potesse diventare un esercito capace di fare la guerra allo Stato d'Italia. Intanto su scala nazionale le cose stavano rapidamente mutando: la monarchia era caduta con il referendum istituzionale ( che vedeva per la prima volta anche le donne protagoniste dell'elettorato attivo) e soffiava "il vento del nord". Con l'accordo dei latifondisti, già alla fine della guerra in Sicilia, si era ricostituito il presidio dei campieri con il compito di controllare i banditi, ma soprattutto il movimento contadino che ancora una volta sperava in un concreto cambiamento e in una vera riforma agraria. E la lista dei sindacalisti assassinati si allungava paurosamente in questo dopoguerra. Tre nomi per tutti: Accursio Miraglia, Placido Rizzotto e Salvatore Carnevale, tutti ammazzati, ma giustizia non è mai stata fatta. Calogero Vizzini, don Calò, consigliò al movimento separatista di contattare Giuliano, promettendogli un ruolo di primo piano, forse ministro del nuovo governo separatista, ma, intanto, quello di colonnello dell'EVIS. Ma già la storia accelerava il suo cammino e nel 1946 il nuovo governo italiano concedette l'autonomia alla regione siciliana e l'indulto per i partecipanti dell'esercito dell'EVIS. E Giuliano perdette il suo ruolo, non c'era più un piano e stringeva i rapporti con la mafia di cui era diventato il braccio armato. E qui il quadro assunse colori foschi e il panorama diventò nebulotico: Giuliano, braccio armato della mafia si incontrò in più momenti con uomini delle istituzioni, come l'alto funzionario di PS Ciro Verdiani e il procuratore generale Emanuele Pili, come pure l'ispettore polizia Messana, e gli incontri sono visite amichevoli. Pisciotta, luogotenete di Giuliano, urlerà al processo di Viterbo che lo vede in gabbia con altri componenti minori della banda Giuliano, ormai morto: "Siamo un corpo solo, banditi, polizia e mafia, come il padre, il figlio e lo spirito santo". E nel '47, dopo al vittoria delle sinistre alle prime elezioni regionali siciliane, a Giuliano viene fatta una promessa: un lasciapassare per l'America in cambio di PORTELLA DELLA GINESTRA (1° maggio 1947) http://www.misteriditalia.com/giuliano/strage-portella/
Ma Giuliano, dopo questo fatto su cui si addensano scure nubi, capì d'essere diventato una pedina in una tragedia più grande di lui, mentre la parte di protagonista era tenuta da personaggi ambigui, "border line" e, soprattutto, potentissimi. Ed allora scrisse ai giornali di avere un "Memoriale sui fatti di Portella della Ginestra". Nell'agosto del '49 era stato mandato in Sicilia, con l'incarico di liquidare Giuliano, il colonnello dei carabinieri Ugo Luca. Giuliano era fra i pochissimi a sapere chi gli aveva ordinato di sparare sui contadini a Portella, e forse poteva dire delle cose assai più compromettenti. Quando nel '54 al processo su quei fatti Pisciotta disse che avrebbe fatto dichiarazioni a proposito di quanto era accaduto, fu avvelenato con un celebre caffè alla stricnina, prima che potesse concretizzare con l'ufficialità tali affermazioni, proprio dentro il carcere dell'Ucciardone.
Ma prima d'essere ucciso Giuliano capì d'essere stato scaricato e pensò alla vendetta: voleva rapire Bernardo Mattarella, allora sottosegretario del ministero dei Trasporti, voleva prendere don Calò Vizzini, e a quel punto parlò del memoriale. Ma la mafia arrivò prima e, nonostante gli avvisi datigli dal funzionario di PS Ciro Verdiani, "Guardati da tuo cugino", ed avendo compreso che quelli di Giuliano erano bluff, insieme ai suoi alleati decise di eliminare alla radice il problema, e Giuliano non potè evitare d'essere ucciso. Sicuramente Giuliano era guardingo e per eliminarlo furono incaricati uomini delle forze dell'ordine, polizia e carabinieri, di notevole prestigio, uomini che provenivano da una sorta di servizi segreti, alcuni di essi avevano lavorato con il prefetto Mori, e al tempo erano al servizio del Ministero degli Interni, presieduto dal ministro siciliano Scelba. Il 4 luglio del '50, con una messinscena che avrebbe dovuto accreditare un conflitto a fuoco con i carabinieri, venne trovato crivellato di colpi, pare, ad opera di Gaspare Pisciotta, il cugino luogotenente.
Strana morte quella di Salvatore Giuliano. Da notare che, colpito alla schiena, il sangue inzuppa in modo anomalo la canottiera. Altra cosa strana è data dal fatto che in un conflitto a fuoco con le forze dell'ordine Giuliano non avrebbe avuto solo la canottiera, ma sarebbe stato vestito. Ciò dimostra che la morte di Giuliano è avvenuta ad opera di qualcuno vicino a lui al chiuso di una casa.